fbpx
Aut.Decr.Reg.Lazio - Accreditato con il S.S.N (Servizio Sanitario Nazionale) - Associato F.O.A.I. (Federazione degli organismi per l’assistenza delle persone disabili)
UNI EN ISO 9001 EA 38

Gli strumenti espressivi in età evolutiva

In uno scenario collettivo tutto proteso, negli ultimi anni, all’efficienza e alla prestazione anche in ambito clinico, la dimensione emotiva e con essa la sua possibile espressione sono state trascurate.
In nome dell’evidence based si è rischiato, a volte, di trascurare l’evidenza, teorica ed empirica, che ogni essere umano è irrepetibile nella sua individualità. Le teorie evolutive, avvalorate anche dagli studi nell’ambito delle neuroscienze, ci hanno restituito un bambino unico nella sua complessità, che può esplorare il mondo della conoscenza solo se contenuto in una relazione emotivamente gratificante.
La “vita” è una questione prevalentemente relazionale e il “noi”, come ha sottolineato più volte Gallese, precede qualunque approccio individuale al mondo.

Se questo è vero per i bambini normotipici lo è ancora di più per coloro che devono fare i conti con qualche deficit o disfunzione perché solo la sintonizzazione con la loro particolarità può aiutarli ad avere la giusta motivazione e curiosità per avventurarsi nel mondo.
Troppo spesso ai bambini, e in particolar modo a quelli che hanno difficoltà, viene chiesto un adeguamento ai canoni del pensiero convenzionale senza tener conto delle difficoltà ad aderirvi e senza, ovviamente, prendere in considerazione i danni che ne possono derivare. Si corregge un comportamento e si richiede una prestazione pensando che questo significhi un’evoluzione, ignorando le difficoltà emotive che il bambino deve affrontare non sentendosi spesso compreso nei suoi bisogni cogenti.
Chiediamo al bambino lo sforzo di adeguarsi al nostro funzionamento anziché sforzarci di comprendere il suo per poterlo aiutare ad adattarsi agli standard convenzionali. Le diagnosi descrittive, che fotografano l’attualità ma non aiutano ad integrare i dati alla ricerca di un senso delle difficoltà presenti, non hanno facilitato, o forse hanno impedito, una visione complessa dell’unicità del bambino e hanno portato a prescrizioni che privilegiano unicamente la dimensione cognitiva.

Le terapie espressive rappresentano la possibilità di offrire al bambino gli strumenti che sono più consoni al suo modo di “essere al mondo” e facilitano, di conseguenza, lo strutturarsi di una dimensione cognitiva in linea con le sue reali possibilità. Qualunque interferenza presente nel percorso di crescita, sia essa organica o ambientale, minaccia la strutturazione del Sé e necessita di una risposta appropriata. Anche nei casi più particolari, come i Disturbi del neurosviluppo, viene troppo spesso trascurato, se non ignorato, il fatto che il bambino ha necessità di essere rispecchiato per sentirsi “sentito” dall’Altro e che non è in grado di adattarsi all’Altro se prima l’Altro non si è adattato a lui.

Le terapie espressive, inoltre, utilizzano proprio i mezzi comunicativi che appartengono alla processualità del bambino e ne favoriscono l’espansione in un contesto naturale, spontaneo e creativo. In questa prospettiva il movimento e la gestualità, anche atipici, possono tradursi, all’interno di una relazione significativa, in “tracce” condivisibili che vanno a costituire i tasselli del mosaico cognitivo.
Un movimento che si armonizza in un percorso o in una danza, un gesto grafico che si struttura in una forma e un ritmo che scandisce le pause tra battute, sono tutte manifestazioni di quella pre-cognizione emotiva intuitiva (tronco encefalica) che consente un accesso autentico e solido alla corticalizzazione del processo cognitivo.

Ma la spontaneità va lasciata al bambino mentre gli strumenti per favorirla devono appartenere al bagaglio professionale dell’adulto. Perché le terapie espressive richiedono all’operatore non solo una approfondita conoscenza dello sviluppo e delle sue possibili deviazioni, ma anche quella “messa in gioco” di sensibilità e creatività che consentono di incontrare il bambino nei suoi luoghi.

Magda Di Renzo