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Scuola. Cinque (Lumsa): Per l’inclusione serve più sinergia tra gli insegnanti

"Il 36% dei ragazzi disabili esclusi dalla Dad"

“La formazione dei docenti sulle pratiche d’inclusione delle persone con disabilità necessita indubbiamente di una maggiore implementazione. A scuola, ad esempio, c’è spesso una difficoltà di interazione e collaborazione tra insegnante curricolare, insegnante di sostegno e magari educatore, come se ci fosse una sorta di gerarchia, per cui l’insegnante di sostegno viene considerato una figura di serie B e l’educatore addirittura una figura di serie C”. Lo sostiene Maria Cinque, professore associato di Pedagogia e didattica speciale presso la Libera università Maria Santissima Assunta (Lumsa), tra i relatori della prima delle due giornate precongressuali dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), in programma il 24 e il 25 ottobre.

“In realtà- sottolinea- ciò che si comprende dagli studi, ma anche dall’evidenza empirica, è che l’inclusione funziona bene se queste tre figure, insieme anche alla famiglia, allo psicoterapeuta, quando presente, e al medico, hanno delle sinergie”. Un’alleanza che si è rivelata particolarmente importante durante il lockdown, quando per portare avanti i programmi e le attività scolastiche si è fatto ricorso alla didattica a distanza (Dad). “Sappiamo, da una ricerca condotta da Fondazione Agnelli, GEDI Visual e Google insieme a Universita’ di Bolzano, Università Lumsa e Università di Trento- ricorda Maria Cinque- che circa il 36% dei ragazzi con disabilità sono rimasti esclusi dalla Dad”. Tra questi, specifica la docente di Pedagogia, “sono rimasti esclusi soprattutto i ragazzi che non avevano alle spalle famiglie in grado di supportarli, proprio perché in questo momento la cordata è venuta meno. Dove c’erano nuclei familiari fragili o tecnologicamente non avanzati questo ha costituito un problema o almeno una regressione rispetto alle competenze acquisite a scuola”.

Cosa occorrerebbe fare per consentire anche a quel 36% di utilizzare al meglio gli strumenti digitali per la didattica? “Bisogna aiutare i ragazzi e le famiglie- sottolinea Maria Cinque- perché supportando queste ultime si supportano i ragazzi e si permette loro di acquisire quelle abilità pratiche che di solito acquisiscono in classe anche attraverso altre attività. So che- aggiunge- sono state fatte delle piccole sperimentazioni durante la Dad con insegnanti che hanno creato per esempio la ricreazione virtuale per favorire l’integrazione dei ragazzi con disabilità col resto della classe anche in un momento di lontananza”. Inoltre, ricorda la docente di Pedagogia, “nel periodo in cui si riprogrammava la didattica in presenza e si pensava all’alternanza delle classi, alcuni avevano ipotizzato di favorire la presenza in classe dei ragazzi con disabilità che sono quelli che hanno avuto maggior detrimento dall’utilizzo di questo strumento”.

Il piano delle pratiche, spiega infine Maria Cinque, è uno dei quattro pilastri indicati da Lucio Cottini, professore ordinario di Didattica e pedagogia speciale all’Univeristà di Urbino, per una efficace inclusione delle persone con disabilità. “L’inclusione parte quindi sul piano dei principi e della loro affermazione. Poi- prosegue la docente di Pedagogia- c’è il piano organizzativo, legislativo e normativo sul quale si stabiliscono gli aspetti che vanno implementati. C’è inoltre un piano metodologico, che riguarda direttamente gli insegnanti curricolari e di sostegno. E infine c’è un piano di evidenza empirica, dell’efficacia di un determinato metodo su quel bambino in quel contesto. Questa ripartizione sui quattro piani- aggiunge Maria Cinque- ripercorre l”index for inclusion’, che parla di politiche, strutture e pratiche. Lo abbiamo utilizzato in diverse ricerche di autovalutazione dell’inclusione nelle scuole e quello che è emerso- conclude la relatrice del congresso IdO- è che mentre le politiche e talvolta le culture sono abbastanza inclusive, ciò che manca talvolta è il piano delle pratiche, cioè la formazione dei docenti”.

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