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L’immaginazione e la diversa visione del dopo

di Robert M. Mercurio - psicologo, analista junghiano, presidente dell’ARPA (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica)

Articolo pubblicato sul numero monografico di Babele dedicato al Covid-19

L’introversione forzata fa brutti scherzi. Indipendentemente dalla tipologia e dall’orientamento energetico dell’individuo, la nostra cultura è prevalentemente estrovertita. Davanti a un problema si cerca subito una soluzione pragmatica tramite un intervento sull’oggetto o sulla causa del problema. Naturalmente quella causa viene immaginata sempre come un elemento esterno che opera indipendentemente da noi. La clausura impostaci dalla crisi del coronavirus limita le nostre azioni e frustra il nostro desiderio di agire e di interagire e quindi si cercano alternative. E quando abbiamo esaurito tutte le varie attività sostitutive – quando abbiamo pulito casa da cima a fondo, fatto pane, pizze e dolci vari, quando abbiamo riparato i vetri rotti e sbrigato gli altri lavori lasciati in sospeso da anni o forse decenni, quando abbiamo fatto gli aperitivi virtuali con gli amici e cercato in videochiamata i parenti all’estero – ci troviamo sempre soli, con noi stessi. Sappiamo bene che cosa può succedere all’introverso quando questa sua tendenza naturale viene messa alla prova e va in overdrive e ciò che succede all’estroverso quando la sua tendenza energetica naturale viene frustrata. Emergono mostri, ombre, fantasie catastrofiche e gravi forme di paranoia. Si fa poi un ultimo disperato tentativo di distogliere l’attenzione da se stessi, cercando magari una nuova serie su Netflix o Amazon Prime, passando ore davanti allo schermo. Scrivere un paio di pagine al giorno, disegnare o rappresentare in qualsiasi modo il proprio disagio, lavorare sui sogni della notte precedente sono tutte occupazioni che accolgono l’introversione e che ci aiutano ad accogliere noi stessi, le nostre paure e le nostre resistenze, eppure questi apparentemente semplici gesti sembrano difficili, se non a volte addirittura impossibili. La coscienza scalpita e cerca una via di uscita senza sapere da che cosa stia fuggendo né dove vorrebbe andare. Scopriamo in questi momenti che persino l’immaginazione, la forza liberatrice per eccellenza in noi, può essere pesantemente condizionata da una forza conservatrice.

«Perché lasciare che la visione tragica prenda il sopravvento sulle tante possibilità che l’immaginazione sarebbe capace di trovare?»

 

Come immaginiamo la fine della crisi? Il più delle volte come un ritorno alla normalità che conoscevamo prima! È possibile mai che questa meravigliosa facoltà della psiche in grado di vedere e di prevedere le invenzioni e le innovazioni più incredibili finisca prigioniera di una vecchia realtà che in ogni caso non potrà mai essere replicata? Saremo noi, sarà la nostra coscienza egoica a negare all’immaginazione la libertà di volare; sarà la nostra coscienza che a causa della paura di abbandonare la sicurezza della vecchia realtà, obbliga l’immaginazione a viaggiare su vecchi binari arrugginiti che non fanno altro che riportarci continuamente allo stesso punto di partenza. Prima che l’immaginazione possa fare un salto (e ci vorrà un grande, grandissimo salto epocale) la coscienza dovrà rinunciare ai limiti che tende a imporre alla fantasia. Se «Perché lasciare che la visione tragica prenda il sopravvento sulle tante possibilità che l’immaginazione sarebbe capace di trovare?» è la paura a interferire, la coscienza dovrà incontrare, e persino scontrarsi con quella paura. In un momento come questo non possiamo permetterci una tale povertà di immaginazione perché la sua forza è l’unica in grado di salvarci. «Il dopo sarà terribile», si ripete. Ed è vero, il dopo non sarà affatto una passeggiata.

Ma perché fermarsi lì? Perché lasciare che la visione tragica prenda il sopravvento sulle tante possibilità che l’immaginazione sarebbe capace di trovare? Perché non provare a lasciare che un’immaginazione libera ci regali una diversa visione del dopo, con tutto ciò di difficoltoso che comporterà. Tanti anni fa lo studioso della mitologia comparata, Joseph Campbell, scrisse che una vera coscienza planetaria sarebbe stata necessaria per salvare il mondo dalle varie forme di autodistruzione in atto e Jung stesso poco prima di morire ebbe delle visioni di una distruzione globale quasi totale. Le parole di Campbell risalgono a una quarantina di anni fa e nonostante alcuni tentativi e molte buone intenzioni, non sembra che noi abbiamo fatto passi significativi nella direzione di una coscienza planetaria. Molti paesi hanno varato delle leggi che vietano l’esportazione di materiali sanitari, negli Stati Uniti il presidente sembra più intento a scaricare le sue responsabilità sui suoi avversari e a rimettere in moto l’economia semplicemente per migliorare le probabilità di una sua rielezione piuttosto che coordinare con cura un approccio nazionale alla crisi sanitaria e salvare vite umane.

La comunità europea sembra aver perso lo spirito comunitario che animava i suoi fondatori e che spingerebbe tutti a una maggiore apertura a soluzioni nuove, persino azzardate, pur di aiutare chi è stato maggiormente colpito dalla crisi. Purtroppo alcuni leaders sembrano aver colto la situazione come una becera opportunità per imporre la loro visione dittatoriale alla nazione, mentre altri ostentano una superiorità che, però, vacilla con ogni nuovo ricovero per il Covid-19. Il termine virus suscita in me una serie di fantasie; non riesco a non vedere un legame con la voce latina vir; etimologicamente è probabile che i due termini abbiano origini diverse, anche se il lemma virus ha una relazione con la radice indoeuropea vis- che ricorda il nostro termine per l’entusiasmo o la forza. Nel Medioevo si usava fare delle associazioni per semplici assonanze e mentre io studiavo la lingua italiana mi è capitato diverse volte di fare confusione tra i due aggettivi virile e virale. Ora mi domando se questo innegabile errore non mettesse in evidenza una cosa importante: il virus ci obbliga a rivedere e a reinterpretare la forza virile che per gli antichi Romani aveva a che fare con tutto ciò che era eroico.

Quanti danni ha fatto l’eroe che l’io cerca, a tutti i costi, di essere. E di nuovo emerge una conclusione che diventa sempre più inevitabile in tante sfere della vita: è probabile che l’atteggiamento psicologicamente più proficuo per affrontare questo presente e per andare verso un futuro diverso risieda nel principio femminile, nello yin e nell’eros e nella sua capacità di accogliere e di creare consenso.

 

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