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L’adolescente e il suo corpo nello scenario attuale

«Non è bella questa età. Venire da sola, andare al negozio. Non è bella questa età, il motorino, gli amici. Non è bella questa età, il corpo, il seno, il ragazzo. Non è bella questa età!». Con queste parole Valeria, una ragazza di 15 anni, grida al mondo il suo dolore per un passaggio difficile che non sa come affrontare. È appena entrata nel centro in cui l’attende la sua terapeuta e sono la prima persona che si trova davanti in un momento di grande sconforto. Mi fermo per dare ascolto a un grido che sento accorato e, mentre urla, una lacrima le solca il viso e, sentendo la mia empatia, conti- nua: «Era più bello quando ero piccola, era più facile, per- ché c’era sempre qualcuno vicino. Non è bella questa età, perché questo corpo non è più mio». Ho voluto riportare le parole di Valeria perché penso che, più di qualsiasi disquisizione teorica, portino al cuore del problema che devo affrontare. Parole dette con la poten- za del dolore, urlate in un posto in cui sente che possono essere accolte prima ancora di essere capite e interpretate, pronunciate ad altri perché possano dare un senso a se stes- sa, parole consegnate all’esterno perché qualcuno le stia accanto in quel tormentoso momento che è l’abbandono del corpo della propria infanzia. Per Valeria, i cui primi anni di vita sono stati funestati da un forte disagio interno ed esterno, questa fase della vita è sicuramente più difficile di quanto lo sia per altri ragazzi ma, nella sua semplicità, esprime un sentimento nel quale possiamo tutti riconoscerci se non siamo spinti a negare, sublimare o intellettualizzare troppo presto o troppo radical- mente istinti ed emozioni che ci mettono a disagio.Nell’ affrontare il tema della costruzione dell’ identità corporea nell’adolescenza darò per scontati i temi generali sui quali esistono già numerosi riferimenti bibliografici esaustivi e significativi. L’aspetto su cui invece punterò la mia attenzione è la specificità di quei contenuti attualmente presenti nello scenario collettivo che influenzano profonda- mente sia l’ evoluzione dell’ adolescente sia la lettura che l’adulto può farne. Ritengo infatti che molti comportamenti, compresi quel- li considerati a rischio psicopatologico, vadano letti e rein- terpretati alla luce dei notevoli cambiamenti di costume verificatisi negli ultimi anni a un ritmo sempre più serrato.

Il passaggio dall’ infanzia all’ adolescenza, che Valeria ci ha presentato con tanta immediatezza, avviene ormai senza riti di passaggio che ne sanciscano il significato e il senso di sana onnipotenza che pervade la vita affettiva del bambino passa, senza soluzione di continuità, nel ragazzo, che deve fare i conti con una delle trasformazioni più radicali dell’in- tera esistenza. La mancanza di fasi socialmente riconosciute colloca, infatti, oggi l’adolescenza in una dimensione aspe- cifica che si estende in un arco di tempo molto più dilatato di quanto non accadesse in passato, e che si colloca in sce- nari molto meno definibili. Questa differenza, che potrebbe, a prima vista, apparire solo come una variazione di forme, porta invece con sé dei mutamenti talmente radicali da richiedere veri e propri cambiamenti di paradigmi concet- tuali per essere compresa fino in fondo. Il ragazzo che oggi chiede un intervento chirurgico per migliorare il proprio naso o per definire meglio il proprio addome, può essere definito dismorfofobico utilizzando gli stessi parametri del passato? E la ragazza che vuole migliorare il proprio seno o che si mette a dieta ferrea? E che dire di quei ragazzi che, attraverso depilazioni, trattamenti dimagranti e altro rincorrono un’immagine di tipo femminile? Come pos- siamo definire i tanti tentativi di abbellimento-abbruttimento (è una questione di punti di vista) che sempre di più e in manie- ra più massiccia segnano i corpi dei nostri ragazzi lasciando tracce indelebili? I tatuaggi e i piercing estremi possono essere considerati alla stessa stregua dei capelli lunghi che hanno caratterizzato l’adolescenza di molti attuali adulti? La non accettazione di momenti fisiologici come quelli rappresentati, per esempio, dall’acne può essere interpretata come un rifiuto ad abbandonare l’Eden dell’infanzia o, anche, come un tentati- vo di aderire agli standard proposti dagli adulti? La riflessione che voglio proporre, per tentare di rispon- dere a queste domande, riguarda la differenza tra trasforma- zione e trasformismo che oggi si sta pericolosamente dis- solvendo nel nostro scenario collettivo confondendo, in modo particolare, l’universo adolescenza. Molto è stato detto sulla ricerca della perfezione estetica e sull’eccesso di richieste in nome di standard di vita sem- pre più elevati che inneggiano alla bellezza e al successo come mete irrinunciabili per una sana identità personale. L’ aspetto su cui si è puntata meno l’ attenzione è quanto queste aspettative sociali colludano proprio con una delle principali caratteristiche dell’adolescente, e cioè il senso di trasformismo che si accompagna alle ineluttabili trasforma- zioni psicofisiche che definiscono il passaggio di stadio.

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