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La psicologa: Hikikomori non solo tra figli unici. Bisogna aiutare le famiglie

Pamela D'Oria (IdO): Sono aumentati con il lockdown. L'11 settembre ripartono i gruppi di sostegno

“In Giappone, dove gli hikikomori sono stati osservati per la prima volta, si è visto che il fenomeno  riguarda per il 90% dei casi i figli unici. In Italia, invece, non c’è una prevalenza così netta di questa condizione. Anzi, spesso, il ritirato sociale ha fratelli o sorelle che risentono della sua sofferenza profonda”. A tracciare l’identikit dell’hikikomori italiano è Pamela D’Oria, psicologa clinica e specializzanda della Scuola di Psicoterapia psicodinamica dell’età evolutiva della fondazione MITE e dell’Istituto di Ortofonologia (IdO). D’Oria è uno dei membri del pool di specialisti (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, neuropsichiatri e un pediatra) messo su da Magda Di Renzo, responsabile del servizio Terapie dell’IdO, per indagare il fenomeno e supportare le famiglie con ragazzi hikikomori.

L’iniziativa, denominata ‘Ritirati ma non troppo’ e di cui D’Oria è coordinatrice, è partita in pieno lockdown e prevede gruppi di supporto psicologico per famiglie con figli ritirati totalmente gratuiti.

Il progetto prevede, infatti, due fasi. La prima fatta di sei incontri, di cui quattro a cadenza settimanale e due a cadenza quindicinale. “Il primo gruppo di tre famiglie concluderà il percorso della prima fase con me- spiega D’Oria- e la psicoterapeuta Michaela Calciano, con gli incontri  dell’11 e del 18 settembre. Poi, per chi vorrà, ci sarà una fase di secondo livello, condotta da Magda Di Renzo e Walter Orrù, psichiatria e direttore Icsat, in cui verranno approfondite le dinamiche emerse nel corso della prima fase. L’11 settembre partirà anche un nuovo gruppo, condotto da Magda Di Renzo e dalla psicologa Daria Alegiani Sagnotti, al quale hanno aderito già quattro famiglie”. Accanto a queste attività, l’IdO sta studiando anche una modalità per “agganciare i ragazzi autoreclusi attraverso l’uso dei videogiochi. Il ritiro sociale è egosintonico- spiega D’Oria- ed e’ difficile che il ragazzo ritirato richieda di essere aiutato”.

Ritornando al termine hikikomori, la definizione descrive chi decide di ritirarsi dalla vita sociale rinchiudendosi in casa (spesso nella propria stanza) per almeno sei mesi. “La famiglia può reagire in due modi opposti- spiega ancora D’Oria- ci sono fratelli o sorelle che decidono di prendere le distanze, sia fisiche che emotive, dal congiunto ritirato trascorrendo la maggior parte del tempo fuori casa, oppure scegliendo, ad esempio, sedi universitarie lontanissime. In questa situazione il sentimento che prevale è quello della vergogna. All’opposto ci sono fratelli e sorelle- ricorda D’Oria- che hanno un rapporto simbiotico con il ragazzo hikikomori, condividono la quotidianità, i videogiochi. In suddetti casi la loro presenza può migliorare la condizione del ritirato, è comunque una relazione sociale, l’unica in grado di sussistere, a parte ovviamente quelle mantenute virtualmente”.

Ma quanti sono in Italia gli hikikomori? “Tra chi si è realmente ritirato e chi ha una propensione a farlo ma magari continua a frequentare la scuola senza avere altri contatti sociali si contano tra i 100 e i 120mila casi”, sottolinea la psicologa. Numeri importanti che gli esperti considerano ancora sottostimati. “E’ un fenomeno che riguarda trasversalmente sia le grandi città sia i piccoli paesi e impatta notevolmente anche sul sistema scolastico”, precisa la coordinatrice del progetto IdO.

Una realtà sociale che la pandemia non ha lasciato indenne. “Il lockdown ha avuto due effetti sugli hikikomori- evidenzia l’esperta- da un lato le famiglie hanno registrato un leggero miglioramento perché il ritirato, per effetto della condivisione dello stato di ritiro, era più partecipe della vita familiare, trascorreva meno tempo nella stanza e più nell’ambiente condiviso. Dall’altro lato, però, il lockdown ha favorito un’entrata nel ritiro in quei soggetti che avevano una vulnerabilità già prima della pandemia. Sicuramente- conclude D’Oria- il trascorrere tanto tempo on line, o stando ai videogiochi, ha allargato quella fetta di giovani che ha trasformato la reclusione da forzata in volontaria”.

Oltre ai gruppi di terapia messi a disposizione delle famiglie, l’IdO ha creato anche quattro gruppi di ricerca sul fenomeno Hikikomori, composti da 6 specialisti ognuno. I temi di indagine, che abbracciano tutta la condizione di isolamento sociale, sono: i miti; il ruolo genitoriale; la psicopatologia; e infine il trauma. Per avere informazioni su come partecipare ai gruppi di supporto per le famiglie, che ripartono l’11 settembre, è possibile scrivere alla mail pmldoria@gmail.com

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