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Elogio della psicoterapia online

di Renata Biserni - psicoterapeuta individuale e di gruppo, ARPA (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica) – Roma

Articolo pubblicato sul numero monografico di Babele dedicato al Covid-19

Appartengo a quella categoria di psicoterapeuti che raramente aveva praticato la terapia on line (nella forma di videochiamata), malgrado nell’ultimo ventennio tale modalità si fosse ampiamente sviluppata e diffusa. Le ragioni della reticenza – parlo a titolo personale – sono da ricercarsi nella convinzione che la relazione terapeutica richieda irrinunciabilmente una situazione di vicinanza fisica, uno spazio condiviso all’interno del quale transfert e controtransfert possano attivarsi e via dicendo… Ma si basa anche su una sostanziale diffidenza dettata dalla paura di non saper gestire a pieno il mezzo tecnico e quindi di non avere il controllo del setting. E infine sul timore (condiviso con molti) che la Rete, vista come una sorta di Grande Fratello, non garantisca la dovuta riservatezza. Poi, un giorno, imprevisto e improvviso come un sisma o uno tsunami, è arrivato il tempo del Covid-19 che, sospendendo le regole del tempo così detto «normale», ha spazzato via in un batter di ciglia consuetudini, convincimenti e regole. Anche quelle del setting. Essere in prima linea in un periodo in cui la salute psichica degli individui è messa a dura prova, è una priorità e un obbligo, costi quel che costi. Rientra nell’etica della cura di chi ha scelto di dedicarsi terapeuticamente all’Altro. Anche se non ha formulato il giuramento di Ippocrate.

Jean Piaget, il grande psico-biologo, fondatore dell’epistemologia genetica, teorizza due concetti caratterizzanti l’adattamento dell’individuo: assimilazione e accomodamento. Il primo descrive l’incorporazione di un nuovo evento o di un nuovo schema comportamentale, il secondo definisce la modifica della struttura cognitiva atta ad accoglierlo. L’autore parla di «invarianti funzionali» perché presenti nell’arco di tutta la vita dell’individuo, molto plastiche all’inizio, con il progredire dell’età, ahimè si irrigidiscono. Ho citato Piaget perché nel tempo del coronavirus ripensare a questi concetti (innati, come del resto quello di resilienza) mi ha dato fiducia nella possibilità di adattamento alla Rete e al suo utilizzo in tempi ragionevoli. Mi sono avvicinata per «prove ed errori», lavorando soprattutto sulla rigidità e sulle resistenze. All’inizio con ansia e frustrazione (e terribili mal di testa), ma giorno dopo giorno le cose sono andate meglio e si è attivato, in maniera autogena, lo spazio di accoglienza del nuovo. Le terapie hanno ripreso il loro (nuovo) corso. Va detto che non tutti i pazienti hanno accettato la modalità telematica. Alcuni perché «ho ben interiorizzato il lavoro terapeutico, mi sento sicuro e posso aspettare»; altri perché «a casa uno spazio riservato non ce l’ho»; altri ancora perché «tutto il giorno lavoro in smart working, anche la terapia no!». Nessuno, almeno apparentemente, per resistenza verso il mezzo.

Ho scoperto che anche on line si può fare anima. E che fare anima non passa necessariamente attraverso la condivisione di una fisicità

Al fine di stabilire un minimo di continuità con il lavoro ante virus, ho cercato di mantenere, salvo situazioni di emergenza, la stessa scansione di prima, rispetto al giorno e all’orario e ho trasportato il computer nella stanza dell’analisi in modo che il paziente potesse intravedere lo stesso scenario. È stato rassicurante soprattutto per me. Giorno dopo giorno ho scoperto nelle sedute on line un’energia inaspettata. Certe terapie un po’ stagnanti, grazie al setting inedito hanno acquisito nuova vitalità; alcuni pazienti che non l’avevano mai fatto, hanno iniziato a portare materiale onirico, altri ancora, abituati a usare massicciamente l’intellettualizzazione sono scesi sul piano delle emozioni. Ovviamente non sono mancati i casi di evacuazione massiccia con attacchi distruttivi e svalutanti, ma quelli c’erano anche prima. Giorno dopo giorno ho scoperto che la distanza fisica non impedisce la condivisione della realtà simbolica e l’autenticità della relazione che, quando è tale, rinforza i legami fino a crearne di nuovi. A tal proposito, grazie alla Rete, ho avuto l’opportunità di dare sostegno psicologico a un medico anestesista e a un’infermiera, persone che in prima linea in questo momento ci sono davvero. Considero ciò un privilegio. Ho scoperto che anche on line si può fare anima. E che fare anima non passa necessariamente attraverso la condivisione di una fisicità.

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