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Calciano (Arpa): Si parta dai genitori per la terapia sui ragazzi

L'esperta: Nei gruppi IdO più madri ma la presenza dei padri aiuta le elaborazioni

“Non possiamo pensare di fare terapia ai ragazzi se non abbiamo prima creato lo spazio dentro i genitori. Ci sono troppi tentativi falliti e sappiamo, ormai, che in un’ottica complessiva il cambiamento dell’atteggiamento genitoriale equivale a una piccola trasformazione della famiglia stessa”. Parte da qui Michaela Calciano, analista junghiana ARPA (Associazione per la ricerca in psicologia analitica), per spiegare il suo lavoro nei gruppi di supporto terapeutico all’interno del progetto IdO ‘Ritirati, ma non troppo. Un aiuto per le famiglie’, dedicato alla ricerca sul fenomeno del ritiro sociale e al sostegno psicologico dei nuclei familiari.

Le famiglie ‘hikikomori’ “hanno infatti alcuni tratti in comune”, sebbene il terapista debba sempre ricordare “che ogni famiglia ha le proprie peculiarità ed è quindi distinta dalle altre”. Questi nuclei familiari, però, vivono spesso una condizione “di grande disagio- sottolinea la terapeuta- per anni si occupano quasi esclusivamente da sole della gestione del ragazzo in ritiro sociale, e avvertono per questo un sentimento di isolamento profondo. Frequentemente provano imbarazzo e sentono di dover giustificare alla collettività l’assenza del proprio figlio”. Talvolta, può accadere addirittura che i genitori si sentano di dover dare conto “di qualsiasi tipo di comportamento del ragazzo. Sono famiglie che investono tutte le energie a disposizione, per accudire, proteggere e incoraggiare i propri figli- aggiunge Calciano- Sono estremamente resilienti”.

L’idea dell’IdO, alla base di ‘Ritirati ma non troppo’, è dunque che per le famiglie “la difficoltà stia proprio nella terapia, nella cura- spiega la psicoterapeuta- Occorre dare nuovo accesso alla loro pensabilità. Perché se ci troviamo di fronte a genitori che si spendono soprattutto in maniera concreta, dobbiamo poter pensare a risposte genitoriali diverse per accedere alla loro dimensione emotiva”. Ecco, a detta dell’esperta, la complessità più imponente a cui cerca di rispondere il nuovo progetto clinico IdO, pensato da Magda Di Renzo: ripartire dal nucleo, “trattando i genitori con cura e rispetto”.

Non a caso, infatti, “considerata la mole di riflessioni uscite nel corso del primo gruppo, si è pensato di attivare un secondo modulo terapeutico- illustra l’analista junghiana- per ottimizzare il lavoro fatto finora e continuando a personalizzarlo sulla base delle caratteristiche di ogni famiglia”. A livello terapico, perciò, “si è cercato di lavorare sull’elaborazione delle ferite. Parlare dei propri sentimenti di inadeguatezza, di scoraggiamento e di solitudine aiuta i genitori a trasformare quel disagio, che accomuna la famiglia, in scambio e unicità conquistata”.

I gruppi, si sono svolti “da remoto- chiarisce Calciano- ciò significa che hanno partecipato genitori da tutta Italia, e questa è una grande ricchezza anche per loro”. Inoltre, grazie alla piccola dimensione, il gruppo di fatto agevola “proprio l’elaborazione del vissuto- rimarca la psicoterapeuta- perché ancor prima di iniziare un approccio ad personam, consente di instaurare una condizione di fiducia e di poter lavorare sullo spazio che c’è, per accogliere la funzione terapeutica e il terapeuta”. Non si parte dal presupposto che con la partecipazione “vengano fornite illusoriamente tutte le istruzioni e le risposte giuste”. Il gruppo, piuttosto, consente ai singoli genitori di “attivare le loro competenze genitoriali residue che non utilizzano, dando un impulso alla trasformazione”.

Infine, sulla partecipazione ai gruppi, l’esperta risponde che sì, “c’è differenza tra madri e padri. Anche la nostra esperienza conferma la letteratura recente: c’è una preponderanza di madri singole che frequentano i gruppi rispetto alle coppie. E ciò vuol dire che la gestione del figlio in ritiro sociale è affidata a maggioranza a loro”, puntualizza Calciano. Non bisogna, però, cadere nel cliché per cui “i padri siano assenti per mancanza di interesse o di cura. Spesso- aggiunge- c’è un’assenza di ruolo in quanto hanno vissuto forti sentimenti di impotenza e bisogna guidarli verso il recupero della loro funzione paterna”. In questo senso, “abbiamo peraltro osservato che quando ci sono padri nei gruppi, c’è anche un maggior impulso all’elaborazione emotiva. Non solo aiutano la madre del ragazzo ma anche altre madri a poter fare delle elaborazioni”.

Dall’altro lato, invece, le mamme “vengono da sentimenti di grandissima angoscia, sono madri che hanno fatto di tutto- ricorda l’analista junghiana- che vivono nell’ansia dell’idea di futuro dei loro figli e continuamente si chiedono: ‘Cosa gli accadrà quando non ci sarò?'”. La mamma di un ragazzo o ragazza hikikomori “arriva a questi gruppi solitamente sfinita da tutti i tentativi possibili. Ha provato la psicoterapia, la diagnosi precoce, l’aiuto delle istituzioni, la scuola e anche la partecipazione ad associazioni. Quindi bisogna fare attenzione- avverte concludendo Calciano- non dobbiamo mai pensare che queste famiglie stiano chiedendo aiuto a noi per la prima volta”.

 

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